Dove, quando, come e perché la droga?

DOVE. Nel luogo del desiderio, dove si fanno visibili i bisogni della società, le sue debolezze e le sue ansie: il corpo.

L’attenzione alla dimensione sensoriale e sensibile delle cose è l’estetismo degli ultimi anni, è un nuovo sentimento del corpo che lo rende protagonista dell’attuale scenario in cui si privilegiano illusioni e sogni. Per uccidere il reale.

Per questo si è parlato di società somatofila, che ama il corpo, lo esalta, lo valorizza, ma solo nella sua dimensione carnale. Ci troviamo così ad affrontare i termini del paradosso della simultanea scomparsa e sovraesposizione del corpo, cioè della sua eccessiva esibizione, ma anche della perdita di sostanzialità. È un corpo immagine che perde completamente la sua dimensione di entità ambigua, insieme soggetto e oggetto, intimo ed estraneo, naturale e sociale, ma soprattutto FUNZIONALE.

Questa dimensione di “utilizzo” viene riacquistata solo quando, da semplice ‘corpo’, diventa ‘corpo sovversivo’: che non esprime solo appartenenza, ma anche disagio, alienazione, rabbia, perdita di senso. La droga stessa diventa allora una forma di prassi corporea, non semplice somatizzazione, ma espressione di una propria saggezza e intenzionalità nel produrre sintomi ribelli e ‘caotici’ che «aprono continue brecce nei conflitti tra mente e corpo, natura e cultura, corpo individuale e sociale» (N. Scheper-Hughes, Il pensiero incorporato).

 

QUANDO. Non è certo da oggi che quest’uomo ‘incorporato’ reagisce creativamente ribellandosi alle condizioni di disagio, che si tratti di comunità rurali o di lavoro industriale o postindustriale. Nelle società laiche la droga prende il posto della stregoneria e della trance e permette, altrettanto bene, di somatizzare il disagio.

Il mutamento della sensorialità dovuto agli effetti ‘stupefacenti’, infatti, non permette solo di vedere il mondo in un altro modo, ma di pensarlo diversamente e di pensare sé diversamente. È una risposta alla domanda di ridefinizione dell’autopercezione dell’uomo e del suo rapporto con l’esterno. L’uomo, si dice, non è più confinato nella sua pelle, ma si espande fino allo sguardo planetario del suo satellite.

 

COME. Da soli, ma più spesso in compagnia. Quasi nell’ottica di un annientamento collettivo, della serie “prendetene e mangiatene tutti”. Un nuovo sentimento di ‘com-unione’, un neo-comunitarismo -in realtà un vero e proprio tribalismo- che fa riferimento a una cultura di gruppo, fondata sul piacere e sul desiderio di stare insieme senza scopo né obiettivo se non il gusto per la ‘prossemia’.  Parola d’ordine: VICINANZA, ma meglio se amplificata, perché da sola non sarebbe così “stupefacente”.

 

 

PERCHE’. Per noia, divertimento, evasione, solitudine, dolore. Per uccidere la solitudine del cittadino globale (Zygmunt Bauman), che vive nella sua ‘sicurezza insicura’, nella ‘certezza incerta’, nell’‘incolumità a rischio’. Sottili sfumature che ben individuano la specificità dei sentimenti che accompagnano la precarietà del lavoro e della condizione sociale di ciascuno di noi, oltre all’eccitazione di una ‘società progettante’ che ci chiede di saperci continuamente rimettere in gioco. La solitudine in cui tutto ciò è vissuto e la credenza quasi taumaturgica nel valore della flessibilità non prospettano alternative: la perdita di certezza apre alla disperazione e al dubbio esistenziale. Questo è il paradosso: globalizzazione significa anche frammentazione e il riaffiorare di differenze etniche, razziali ma anche sessuate, a micro-livelli, non solo tra i grandi blocchi geo-politici, ma soprattutto all’interno di essi. È un’epoca di micro-belligeranza diffusa: centinaia di ‘piccole’ guerre – locali, però mondiali. Dopo il post-moderno viene un mondo in cui periferia e centro, cultura occidentale e cultura islamica, medesimo e altro si contrappongono in maniera così complessa da sfidare modi di pensiero dualistici od oppositivi, richiedendo un’articolazione più sottile e dinamica. Che a volte non è possibile fare da ‘sobri’.

 

E quindi? Fin dove si può arrivare? Di cosa siamo capaci? Fin dove reggeranno i nostri corpi? Dove sono i nostri limiti? Ecco la dimensione etica che fa capolino al di là dei frammenti di realtà scomposti dalla droga.  Quali norme e valori possiamo applicare alla ricerca di un nuovo senso della misura, cioè di nuovi limiti con cui ridimensionarci? Limiti che non siano né quelli della morale dominante, né quelli dell’anarchia rivoluzionaria? Come pensare ai limiti non come frontiere, ma come soglie che si aprono verso orizzonti da scoprire?

Servono soglie viventi, umane, e non mura fisse.

Perché la droga fa male. È vero. Ma a volte la realtà fa peggio.

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COME NOI

Al SerT (servizio per le tossicodipendenze) ci sono persone ‘normali’. Ti colpisce subito quando entri per la prima volta. È uno schiaffo che arriva violento. Quando pensi di trovare dei criminali dai volti slavati, e trovi degli uomini e delle donne. Quando cerchi qualcosa di straordinario e incontri l’ordinario.  E sei quasi deluso. A volte è talmente difficile da accettare che qualcuno, varcata quella soglia, uscendo mi ha detto: ‘Certo, sembrano proprio come noi’.

Il fatto che fossero come noi non era concepibile.