“Ho detto di sì alla droga. Ma non avevo capito la domanda”

La dipendenza patologica come disturbo cerebrale cronico

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Il DSM-V e l’ICD-11, i due testi internazionali di riferimento per la diagnosi psichiatrica, riportano le conseguenze dello slittamento teorico del concetto di ‘dipendenza’. I sintomi di tolleranza e crisi d’astinenza della classica definizione biomedica hanno lasciato il posto ad una diagnosi che prende in considerazione l’uso compulsivo di una sostanza, la perdita del controllo volontario e l’apprendimento patologico. La dipendenza, quindi, come disturbo cognitivo.

L’attuale concezione biomedica dell’abuso di droghe, infatti, riflette le nuove scoperte nel campo delle neuroimmagini e parla di dipendenza come di una malattia cronica del cervello. Come aveva espresso Steven Hyman[1], in una review del 2005, “La tossicodipendenza rappresenta una usurpazione patologica dei meccanismi neuronali dell’apprendimento, della memoria e di altre funzioni cognitive che, in circostanze normali servono a modellare i comportamenti di sopravvivenza legati all’ottenimento di premi e agli stimoli che li possono prevedere.”

Le regioni cerebrali e i processi che sono alla base della dipendenza patologica, infatti, si sovrappongono ampiamente a quelle che sostengono i processi cognitivi, quali l’apprendimento, la memoria, il ragionamento, ma anche il decision making, l’immaginazione e l’attenzione. Per questo motivo l’uso cronico di droghe è spesso associato a problemi nelle funzioni cognitive e i soggetti che vivono la condizione della dipendenza spesso presentano carenze nei processi decisionali, perdita del controllo degli impulsi e funzioni mnemoniche altamente compromesse.

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L’origine neurologica di questi sintomi è la disregolazione (prodotta dall’assunzione della sostanza) del sistema della ricompensa. Normalmente, la segnalazione di un aumento della dopamina all’interno di questo sistema –specificatamente nello striato ventrale e nel nucleo accumbens- produce sensazioni di piacere che orientano gli individui a perpetuare nell’esecuzione di tutte quelle attività che permettono la sopravvivenza, quali mangiare, fare sesso, individuare ambienti favorevoli. Alcune azioni, però, come l’assunzione di droga, pur determinando elevati incrementi della dopamina nel nucleo accumbens, non sono idonee alle finalità adattive e di sopravvivenza dell’individuo. Le sostanze d’abuso ipersollecitano questo sistema producendo aumenti improvvisi ed ingenti di dopamina cui seguono intense sensazioni di benessere. Ciò, oltre a non avere alcuna finalità adattiva, motiva un ulteriore consumo di droga e promuove, allo stesso tempo, la formazione di associazioni disadattive droga-stimolo.

Sebbene la modificazione del sistema della ricompensa dopaminergico rimanga una importante spiegazione al fenomeno della dipendenza, essa non è sufficiente a sostenere cambiamenti complessi e di lunga durata. Secondo Marco Diana e Liana Ferrante[2], neurofarmacologi e docenti all’università di Sassari, mentre l’uso iniziale di droga promuove la formazione di associazioni disadattive droga-stimolo, che contribuiscono alla continua ricerca di droga e al suo utilizzo, è durante le fasi successive che i processi cognitivi ed altre funzioni esecutive subiscono gravi danneggiamenti. La cosa risulta ancora più grave dal momento che niente, come le nostre capacità cognitive, è in grado di sostenerci verso il ritorno ad una piena astinenza. La loro compromissione instaura un circolo vizioso dal quale diventa veramente difficile uscire.

Secondo Diana e Ferrante, il ruolo cardine nella tossicodipendenza rimane sempre quello della dopamina che -influenzando sia il circuito della ricompensa (nucleo accumbens e striato ventrale) sia la corteccia prefrontale- provoca squilibri sia nell’emotività che nelle funzioni cognitive. Questo porta il soggetto vittima di dipendenza ad una sequenza infinita di decisioni sbagliate, modificando il suo comportamento in modo da focalizzarlo su una sola, immediata quanto evanescente, attività: la ricerca e l’assunzione della droga.

Apparentemente ha detto di sì alla droga, ma quanto effettivamente il suo cervello gli ha permesso di comprendere la domanda?

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[1]Clinical Judgment and Decision Making, Annual Review of Clinical Psychology, Vol. 1: 67-89 (Volume publication date April 2005)

[2] Marco Diana, Liana Ferrante, ‘Drug addiction: an affective-cognitive disorder in need of a cure’. Pag. 13-15

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