10 è il numero tossico

Dieci è il numero chiave della rete dei narcos. Dieci è il moltiplicatore dei guadagni, dal produttore al grossista. Dieci sono i laboratori andini della coca, dieci i campi afghani che producono oppio, dieci è il moltiplicatore giusto per ogni mano che tocca il pacchettino di stagnola che si avvicina al cliente. C’è un esercito di criminali pronti a guadagnarci sopra almeno un fattore dieci: i broker, i riciclatori, i corrieri, i colonnelli dei cartelli, i boss, i pusher.

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Sono a decine. Tutti costantemente online sulle chat degli i-phone, dove si usa una nuova lingua che ne mescola altre dieci: spagnolo, portoghese, italiano, inglese, arabo, swahili, bantu, niger-kordofaniane, spanglish e il nostro dialetto regionale. Frasi veloci, pin identificativi scambiati con codici segreti. Non si chiede più una bomba, o della neve: ormai i nomi sono cambiati, ce ne sono di nuovi. Decine di nuovi. C’è la Spiderman, la Modà, il Beep beep, ci sono Pavarotti, Verdi, Mozart, Giotto. E poi, sul lato opposto dell’Atlantico, El leon, Soy yo, Noel, Eric Berne. Decine di cartelli controllano le linee commerciali del Sahara e di Sao Paolo imbottendo sia container che decine di corpi: i muli. Sono quegli sconosciuti, dal viso pulito e dalle tasche vuote, disposti, per un unico fattore dieci, ad ingoiare decine di ovuli avvolti nella pellicola.

Un sistema fluido, veloce, capace di cambiare rotta in pochi minuti.

Dieci, ad essere precisi.

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