Droga bestiale

E’ da tempo immemorabile che gli esseri umani si divertono… ad intossicarsi. Dai nostri antenati cavernicoli che masticavano piante allucinogene, agli abitanti dei villaggi medievali che erano abituati a rilassarsi con una bella tazza fumante di idromele, fino ad arrivare agli hippies degli anni ’60: senza alcun dubbio l’uso di droga è uno dei nostri passatempi preferiti.

Tuttavia, non possiamo vantarci di detenere un primato neppure per l’intossicazione. Anche gli animali ci danno dentro con le droghe. Vediamo come…

I gatti e l’erba gatta

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Uno degli esempi più noti di animali che utilizzano sostanze stupefacenti è quello dei gatti, anch’essi dipendenti a modo loro ‘dall’erba’. Molti proprietari hanno testimoniato l’entusiasmo dimostrato dai loro amici felici alla sola vista di una bella piantina di Nepeta (questo infatti è il nome scientifico del vegetale). Bastano pochi fili di quest’erba per rendere felice il tuo micio. Nel giro di qualche minuto inizierà a mostrare i primi sintomi, si comporterà in maniera strana e divertente: strabuzzerà gli occhi, si sdraierà e comincerà a rotolarsi per terra, annuserà l’aria e avrà un’aria felice come mai prima d’ora.

gatto sballato

Alcuni gatti cominciano a sbavare ( il mio lo fa anche senza l’ausilio della nepeta…). Gli studiosi hanno addirittura ipotizzato che alcuni felini intossicati dall’erba gatta possano soffrire di allucinazioni: sono infatti molti i casi i cui i padroni li hanno sorpresi alla caccia di topi  invisibili.

 

La sostanza chimica che induce queste reazioni si chiama nepetalactone. I gatti sembrano rispondere alla sostanza chimica così come risponderebbero ai feromoni prodotti dall’altro sesso, mostrando quindi, oltre alle bizzarrie, anche comportamenti di eccitazione sessuale.

Ma attenzione: non per tutti i gatti funziona allo stesso modo. E’  interessante notare che la “personalità” dei singoli felini ha una forte influenza sul modo in cui risponderanno all’assunzione di erba gatta: i più coccoloni ed amichevoli avranno una risposta più positiva rispetto a quella di conspecifici più timidi e riservati. Inoltre, il 33% dei gatti non avrà alcuna reazione al nepetalactone per motivi ereditari.
Ma non sono solo i gatti domestici ad amare lo sballo. Anche grandi felini come tigri, leopardi, linci hanno nella droga il loro punto debole.. Per esempio, i giaguari sono ghiotti di ayahuasca, nota anche come yagé. Questa pianta contiene il DMT, molecola psichedelica, che provoca allucinazioni vivide e un innalzamento generale dei sensi.

 

I delfini, per sballarsi, spremono i pesci palla

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Più volte è stato osservato nei delfini un comportamento strano, quasi inspiegabile. Nuotano rapidi lanciandosi a vicenda un pesce palla e tenendolo a turno in bocca. Subito i ricercatori hanno pensato che si trattasse di un gioco, vista la natura amichevole di questi mammiferi. Studi più approfonditi, però, hanno dimostrato  che, ‘stressando’ il pesce palla, i delfini cercano di ottenere il rilascio di una neurotossina, che questi pesci secernono nei momenti di pericolo. Chiusi nella bocca del delfino, i poveri malcapitati cercano di liberarsi lanciando raffiche di neurotossina, senza sapere che i delfini sono alla ricerca proprio di quella trance che ne deriva.
Questo comportamento è stato registrato in un documentario della BBC prodotto dallo zoologo Robert Pilley, che ha commentato “Si tratta in genere di giovani delfini che vanno volutamente alla ricerca di questo effetto inebriante. E sono anche molto abili nel maneggiare i pesci palla, facendo in modo che la tossina venga rilasciata in piccole quantità, capaci di sballarli senza avvelenarli. Come in tutte le dipendenze che si ripettino, infatti, stanno rischiando la morte. Dosi massicce di neurotossina sono letali.”

 

Mucche al pascolo su prati di Locoweed
Le mucche, così come le pecore, i cavalli e altri ungulati, sono animali curiosi. E, almeno nel cibo, la natura li accontenta: grandi prati assolati offrono un’infinita varietà di erbette da assaggiare.

Ed è così deprecabile cadere nella routine dei soliti pasti che a volte i nostri ‘erbivori eroi’ si lanciano alla ricerca della mitologica “locoweed”. Questa piantina dev’essere una sorta di ‘elisir di lunga vita’ per sole mucche. Con un piccolo attributo in più: l’esistenza. Eh già, perché l’erba ‘loca’ non è solo una leggenda ma una potente droga inebriante, che agisce come un tranquillante, mettendo gli animali nella condizione di vivere come in un perenne sogno.wooly-locoweed---astragalus-mollissimus

Più la mucca pascola sulla locoweed, più smettere di farlo le risulterà difficile. L’animale sarà sempre meno interessato alla vita del branco e a qualunque altra attività che possa rubare tempo prezioso alla ricerca dell’erba loca.
L’ingestione di locoweed diventa alla lunga altamente pericolosa, causando una grave malattia conosciuta come “locoismo”. I sintomi iniziano a manifestarsi dopo 2 o 3 settimane dalla prima assunzione e comprendono la perdita di peso, disfunzioni riproduttive, aborti, e danni neurologici. Gli animali con locoismo sviluppano un comportamento instabile, caratterizzato da un estremo nervosismo e possono diventare aggressivi se non vengono trattati con le dovute precauzioni. Mucche killer,dunque, e pure insolitamente depresse. La tossina, infatti,  può raggiungere le sinapsi neurali e diminuirne le prestazioni, provocando una tristezza irreversibile.
Lo stambecco e i licheni allucinogeni
Sulle Montagne Rocciose ma anche sulle nostre Alpi, il grande Re incontrastato ci guarda dall’alto, con le sue imponenti corna e il suo incedere solenne.  Lo stambecco. Che bestia maestosa.

014b2-orizz1Ma come ogni grande sovrano che si rispetti, anche lui nasconde i suoi peccatucci. Nell’intimità della solitudine la nostra grande capra cornuta sarà completamente deviata dalle sue regie attività, al fine di soddisfare la sua dipendenza dai licheni allucinogeni. Per loro è disposto a tutto: arrampicarsi su stretti e impervi sentieri, superare sporgenze di roccia ripide e franose, rischiare la pelle.

Ma, una volta raggiunti, ogni fatica sarà ricompensata. Lo stambecco raschierà i licheni con i denti anteriori, se necessario li digrignerà fino alle gengive per poterne ingoiare di più. E finalmente potrà godersi il suo ‘trip’.stambecco che sniffa i licheni

 

 

 

 
Cosa si mangia stasera per cena? Amanita Muscaria.

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Molti cervi, renne, alci e caribù sono ghiotti di questo fungo che, per intenderci, è quello con l’ombrello rosso a pois bianchi. Da sempre il fungo velenoso per eccellenza, quello delle streghe e dei boschi incantati.

Visto l’aspetto decisamente esoterico, senza dubbio cenare a base di amanita muscaria ha le sue ingrate conseguenze. Alcuni guardia-boschi cuneesi, che hanno dichiarato di aver visto alcuni cervi mangiare i funghi psichedelici, raccontano così la loro esperienza. “Sembravano ubriachi” dice uno di loro “vagavano senza meta ciondolando la testa, e a volte si muovevano a scatti, come se fossero in preda agli spasmi”.

“E’ pericoloso” continua il suo collega ” diventano estremamente vulnerabili agli attacchi dei predatori e spesso lasciano incustoditi i cuccioli. Bisognerebbe fare in modo che non li trovassero. Maledetti funghi, li fanno impazzire”.

Nei nostri boschi sono fin troppo presenti. Ma anche se ce ne fossero di meno la situazione non cambierebbe…

In Siberia, Scandinavia, e in altre regioni desolate dove i caribù sono molti più dei funghi reperibili,infatti,  gli animali hanno adottato una nuova tecnica per potersi comunque drogare. Bere urina di caribù intossicato è diventata una consuetudine. Che spesso porta alla morte.

Il problema nasce dal fatto che, dopo il passaggio attraverso il sistema nervoso, gli agenti psicoattivi dei funghi diventano più potenti, e molte delle sostanze chimiche che provocano effetti collaterali indesiderati raddoppiano la loro efficacia. Così i bevitori di urina, che si attendono un effetto decuplicato, rischiano di andare incontro a spiacevoli conseguenze. Noi umani la chiamiamo “overdose”.
Canguri drogati di oppio

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In Australia cresce circa la metà dell’oppio coltivato legalmente (utilizzato, ad esempio, per i prodotti farmaceutici).

Poi ci cresce anche l’altra metà. Di quel bel rosso illegale.

Il mercato ne gioisce. E i canguri pure.

Tanto che, nel 2009, in Tasmania, il procuratore generale Laura Giddings ha lanciato un’allerta:” I canguri stanno causando gravi problemi per la sicurezza delle colture. Sono alti, e saldando scavalcano qualunque tipo di recinzione. E da drogati diventano paranoici e aggressivi”.
Da chi abbiamo imparato a bere?
Il Dr. Robert Dudley ha proposto nel 2015 quella che è conosciuta come “The Drunken Monkey ipothesys”, l’ipotesi della scimmia ubriaca. Secondo questo ricercatore, gli esseri umani hanno sviluppato  l’attrazione per l’alcool come conseguenza dell’imitazione dei loro cugini primati e delle esigenze evolutive. Una delle principali fonti alimentari dei nostri antenati, infatti, era la frutta caduta dagli alberi. Stra-matura. Quasi marcia. Sicuramente fermentata.Forniva un contenuto calorico elevato e permetteva di risparmiare tempo ed energia per potersi dedicare alla caccia. Ed ecco sbocciato il nostro amore per l’alcool.
Ma questa predilezione per la frutta fermentata non si rintraccia solo negli uomini e nelle scimmie.
Le api preferiscono consumare nettare fermentato, e berrebbero 100% di etanolo se solo ci fosse la possibilità. “Sono in grado di bere etanolo puro, puro! Nessun altro organismo ne sarebbe capace -. Neanche uno studente di college”, dice ridendo  il ricercatore Charles Abramson, della Oxford University.
Poi è noto il ‘binge drinking’ dei moscerini della frutta e la passione degli scimpanzè per la birra.

Per gli elefanti poi, è diventata una specie di rito iniziatico. Quando pensa che sia giunto il momento del passaggio all’età adulta, mamma elefante porta i suoi piccoli a ubriacarsi di frutta fermentata. Meraviglioso. Anche se non sembra che acquistino un’aria molto più sveglia e matura.

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“Ho detto di sì alla droga. Ma non avevo capito la domanda”

La dipendenza patologica come disturbo cerebrale cronico

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Il DSM-V e l’ICD-11, i due testi internazionali di riferimento per la diagnosi psichiatrica, riportano le conseguenze dello slittamento teorico del concetto di ‘dipendenza’. I sintomi di tolleranza e crisi d’astinenza della classica definizione biomedica hanno lasciato il posto ad una diagnosi che prende in considerazione l’uso compulsivo di una sostanza, la perdita del controllo volontario e l’apprendimento patologico. La dipendenza, quindi, come disturbo cognitivo.

L’attuale concezione biomedica dell’abuso di droghe, infatti, riflette le nuove scoperte nel campo delle neuroimmagini e parla di dipendenza come di una malattia cronica del cervello. Come aveva espresso Steven Hyman[1], in una review del 2005, “La tossicodipendenza rappresenta una usurpazione patologica dei meccanismi neuronali dell’apprendimento, della memoria e di altre funzioni cognitive che, in circostanze normali servono a modellare i comportamenti di sopravvivenza legati all’ottenimento di premi e agli stimoli che li possono prevedere.”

Le regioni cerebrali e i processi che sono alla base della dipendenza patologica, infatti, si sovrappongono ampiamente a quelle che sostengono i processi cognitivi, quali l’apprendimento, la memoria, il ragionamento, ma anche il decision making, l’immaginazione e l’attenzione. Per questo motivo l’uso cronico di droghe è spesso associato a problemi nelle funzioni cognitive e i soggetti che vivono la condizione della dipendenza spesso presentano carenze nei processi decisionali, perdita del controllo degli impulsi e funzioni mnemoniche altamente compromesse.

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L’origine neurologica di questi sintomi è la disregolazione (prodotta dall’assunzione della sostanza) del sistema della ricompensa. Normalmente, la segnalazione di un aumento della dopamina all’interno di questo sistema –specificatamente nello striato ventrale e nel nucleo accumbens- produce sensazioni di piacere che orientano gli individui a perpetuare nell’esecuzione di tutte quelle attività che permettono la sopravvivenza, quali mangiare, fare sesso, individuare ambienti favorevoli. Alcune azioni, però, come l’assunzione di droga, pur determinando elevati incrementi della dopamina nel nucleo accumbens, non sono idonee alle finalità adattive e di sopravvivenza dell’individuo. Le sostanze d’abuso ipersollecitano questo sistema producendo aumenti improvvisi ed ingenti di dopamina cui seguono intense sensazioni di benessere. Ciò, oltre a non avere alcuna finalità adattiva, motiva un ulteriore consumo di droga e promuove, allo stesso tempo, la formazione di associazioni disadattive droga-stimolo.

Sebbene la modificazione del sistema della ricompensa dopaminergico rimanga una importante spiegazione al fenomeno della dipendenza, essa non è sufficiente a sostenere cambiamenti complessi e di lunga durata. Secondo Marco Diana e Liana Ferrante[2], neurofarmacologi e docenti all’università di Sassari, mentre l’uso iniziale di droga promuove la formazione di associazioni disadattive droga-stimolo, che contribuiscono alla continua ricerca di droga e al suo utilizzo, è durante le fasi successive che i processi cognitivi ed altre funzioni esecutive subiscono gravi danneggiamenti. La cosa risulta ancora più grave dal momento che niente, come le nostre capacità cognitive, è in grado di sostenerci verso il ritorno ad una piena astinenza. La loro compromissione instaura un circolo vizioso dal quale diventa veramente difficile uscire.

Secondo Diana e Ferrante, il ruolo cardine nella tossicodipendenza rimane sempre quello della dopamina che -influenzando sia il circuito della ricompensa (nucleo accumbens e striato ventrale) sia la corteccia prefrontale- provoca squilibri sia nell’emotività che nelle funzioni cognitive. Questo porta il soggetto vittima di dipendenza ad una sequenza infinita di decisioni sbagliate, modificando il suo comportamento in modo da focalizzarlo su una sola, immediata quanto evanescente, attività: la ricerca e l’assunzione della droga.

Apparentemente ha detto di sì alla droga, ma quanto effettivamente il suo cervello gli ha permesso di comprendere la domanda?

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[1]Clinical Judgment and Decision Making, Annual Review of Clinical Psychology, Vol. 1: 67-89 (Volume publication date April 2005)

[2] Marco Diana, Liana Ferrante, ‘Drug addiction: an affective-cognitive disorder in need of a cure’. Pag. 13-15

ARRESTATO A PALERMO: FIDELIZZAVA I CLIENTI AGGIUNGENDO UN PIZZICO DI OPPIO AI SUOI PIATTI.

L’attività illegale del ristoratore cinese è venuta alla luce dopo che un cliente è stato fermato durante un controllo anti-stupefacenti di routine. Il ragazzo, il ventiseienne Liu Juyou, alla guida della sua auto, è stato trovato positivo ad un test dell’urina ed arrestato.

L’incredulità del ragazzo sembrava una mossa strategica, e nessuno gli ha creduto quando con occhi sgranati chiedeva “Cos’è che avrei assunto?”. “Oppio. Come puoi non saperlo?” Liu non è riuscito a convincere la polizia di non aver mai fatto uso di droga, e dopo il fermo è stato condotto al Carcere dell’Ucciardone, istituto penitenziario nel centro storico di Palermo.

Ma la sua famiglia non si è arresa. Convinti dell’innocenza del figlio i due anziani coniugi Juyou si sono messi ad indagare sulle cause di quell’incredibile positività alla droga. Dopo solo due settimane di intense ricerche, sono risaliti al ristorante del loro compatriota, e hanno deciso di concedersi una romantica cenetta.

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Una volta usciti, con la pancia piena, sono andati dritti in ospedale, dove i loro dubbi sono stati confermati da un’urino-cultura. Con le analisi in mano, sono tornati alla polizia, che ha finalmente aperto un’indagine più accurata sulle pratiche del ristorante.

C.C., giovane ristoratore cinese, interrogato per ore dalla polizia, avrebbe ammesso di aver comprato due chili di semi di papavero oppiaceo per l’equivalente di 70 euro, e di utilizzarli quotidianamente per condire i suoi piatti. I suoi noodles erano apprezzati e ricercati, e convincevano anche i clienti più scettici a ritornare nel locale. Il loro gusto stratosferico era dovuto essenzialmente all’ingrediente segreto: una spolverata di oppio.

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Sfortunatamente per Liu, però, l’accertata colpevolezza del ristoratore non ha sortito grandi vantaggi: la sanzione per guida sotto effetto di stupefacenti gli è stata comunque comminata perché il giudice ha ritenuto non rilevante il fatto che lui avesse assunto la droga non intenzionalmente.

 

Uno scorpione al giorno toglie il medico di torno.

E’ semplicemente stufo di essere morso dagli scorpioni. Ogni giorno, percorrendo il breve tratto di strada che separa la sua abitazione dai campi, si ripromette che quella storia deve finire, e che quelle stupide bestie velenose ne devono pagare le conseguenze. Anni e anni di patimenti, di sopportazione silenziosa. Ma adesso è giunta l’ora della vendetta.

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Siamo già nel ventunesimo secolo, ma in Iraq vige ancora l’antica legge del Taglione. Così  Ismail Jasim Mohammed, contadino di Agelam, decide di mettere a punto il suo piano. Una vendetta esemplare. Talmente ignorante da risultare squisitamente chic. “Occhio per occhio, dente per dente” dice la legge del Taglione, ma è soprattutto la seconda metà della frase a solleticare le fantasie vendicative del rozzo contadino, quel ‘dente per dente’ che gli suggerisce la soluzione brillante alle sue sofferenze. E il giorno seguente, appena il malcapitato animale si appresta a mordergli un polpaccio, Ismail scatta in avanti, azzannandolo a sua volta. Gli recide la testa con una sonora smascellata, poi è la volta della coda. Mastica lentamente, con gusto: la vendetta ha davvero un buon sapore.

Talmente buono che Ismail continuerà a mangiare scorpioni vivi. Ogni giorno. Per tutta la vita. Chissà poi perché. Sarà quel delizioso croccantino sotto i denti…ma proprio non ne può fare a meno. Una mania, o forse sarebbe meglio dire, una vera e propria dipendenza. 

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Secondo quanto riportato da Oddity Central, Ismail avrebbe sviluppato una immunità e al contempo una dipendenza nei confronti del veleno contenuto nella coda degli scorpioni. Si tratta di una miscela di neurotossine, ovvero tossine composte principalmente da proteine e cationi di sodio e di potassio, che bloccano il normale funzionamento del sistema nervoso. E’ questa la ‘dose’ quotidiana di Ismail. Se non la assume va in crisi di astinenza, come succede per qualunque altra droga. Solo che qui non basta pagare per ottenere la classica pallina di stagnola, non bastano i contatti del pusher. Per ‘farsi’ Ismail deve rincorrere la sua dose e catturarla, possibilmente viva.

D’estate il problema non si pone. Nei dintorni di Agelam, ce ne sono talmente tanti che devi stare attento a non calpestarli e a non lasciarli entrare in casa. Ismail non si può lamentare: i suoi spuntini sono abbondanti, succulenti e direttamente a domicilio.

Le cose si complicano in inverno: anche gli scorpioni patiscono il freddo e non si fanno vedere in giro. L’uomo si è trovato costretto ad allevarne a casa una piccola riserva personale per soddisfare il proprio appetito.

E sicuramente nessuno oserà mettere in dubbio che si tratta di ‘consumo personale’.

 

 

 

LE 20 “FACCE” DELLA DROGA

“Che faccia che hai oggi! Sembri drogato…”

Quante volte hai sentito queste parole rivolte al tuo bel visino ‘riposato’? Eppure, con ogni probabilità, non avevi assunto niente, neppure una pasticca piccola piccola.

Ma che faccia ha veramente la droga?  A questa domanda ha risposto il grafico e designer di San Francisco, Brian Pollet (il cui nome d’arte “Pixel-Pusha”, già lascia intendere con che personaggio abbiamo a che fare)

Sono secoli ormai che grandi artisti in ogni campo assumono sostanze alteranti per ottenere il giusto mix di concentrazione e creatività. Pixel-Pusha ha voluto testare su di sé gli effetti di diverse sostanze e ha trascorso ognuno dei 20 giorni dell’esperimento sotto l’influenza di una droga diversa. Pollet confessa che si tratta un progetto a cui pensava da molto tempo e che, prima di dare il via al suo test, ha trascorso anni a documentarsi sulle droghe e sull’arte psichedelica. Il suo scopo non è mai stato sballarsi (almeno stando a quello che afferma) : “Volevo creare un’opportunità diversa dal solito cliché educativo, che fosse collegata sia alle droghe psichedeliche che all’arte” dice in una intervista al San Francisco Magazine.

Pollet, inoltre, assicura di aver preso tutte le precauzioni necessarie per far in modo che il suo progetto non andasse fuori controllo – un fattore estremamente importante da tenere presente. ” Ho passato anni a fare ricerca, conosco gli effetti sia sul piano emotivo che chimico.” Eppure, quando si assume una sostanza, per quanto preparati, l’esperienza è sempre qualcosa di indipendente dalle previsioni, perché la droga interagisce non solo con il nostro cervello, ma con il nostro cervello in quel preciso istante di tempo, di spazio e di pensiero. Così anche Pusha ha avuto le sue sensazioni inedite. In generale, nel descrivere i diversi effetti che le droghe hanno avuto su di lui spiega che gli stimolanti come il Butylone, MDMA, anfetamina e cocaina accentuano la concentrazione, mentre allucinogeni alleviano la mente in uno stato placido di beatitudine creativa, ma distraggono maggiormente. L’artista menziona tra tutte le sostanze assunte l’MXE, che è stata quella che ha avuto l’effetto più inaspettato: “Immagina che passato, presente e futuro non esistano. Il tempo, da lineare diventa curvo e circolare, e tu ti immergi in questa sensazione di  ‘già vissuto’ in cui puoi creare arte senza la preoccupazione del giudizio esterno, senza analizzarne il metodo, fluidamente.”

Ma, procediamo con ordine, e guardiamo nel dettaglio tutte le 20 facce della droga, giorno per giorno:

Giorno 1 — Butylone

Il Butylone, noto anche come β-cheto-N-metil benzodiossolo butanamide (bk-MBDB), è una droga empatogena, psichedelica e stimolante della classe delle phenethylamine chimiche. Si trova sotto forma di cristalli bianchi.

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 Giorno 2 — G.H.B.

Si tratta dell’acido gamma-idrossibutirrico (GHB), noto anche come acido 4-idrossibutanoico, è un neurotrasmettitore naturale e una droga psicoattiva. Chimicamente è legato al neurotrasmettitore GABA. E’ stato a lungo utilizzato in un ambiente medico come anestetico generale, per trattare malattie come l’insonnia, la depressione clinica, cataplessia, narcolessia, l’alcolismo, e per migliorare le prestazioni atletiche.  E ‘utilizzato anche come intossicante ( illegalmente in molte giurisdizioni) o come droga da stupro. GHB è prodotto a seguito della fermentazione, e si trova  quindi in piccole quantità in alcuni alcolici come birre e vini.

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Giorno 3 — Codeine

La Codeina, nota anche come 3-methylmorphine, è un oppiaceo utilizzato per trattare il dolore, come medicina per la tosse e per la diarrea. In dosi ingenti ha effetti sedativi ed allucinogeni.

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Giorno 4 — T.H.C.

Il delta-9-tetraidrocannabinolo (detto comunemente THC, delta-9-THC o tetraidrocannabinolo) è uno dei maggiori e più noti principi attivi della cannabis, e può essere considerato il capostipite della famiglia dei fitocannabinoidi.

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Giorno 5 — Alcohol

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Giorno 6 — Nitrous

L’ossido di diazoto (nome  IUPAC monossido di diazoto e noto soprattutto come protossido di azoto) a temperatura e pressione ambiente è un gas incolore, non infiammabile, dall’odore lievemente dolce. E’ il famoso gas esilarante, se inalato causa euforia e stato confusionale.how-different-drugs-affect-you-artist-illustrations-art-brian-pollett-36.jpg

Giorno 7 — Cocaina

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Giorno 8 — Psilocybin

La psilocibina (4-fosforilossi-N,N-dimetil-triptammina o più semplicemente 4-PO-DMT) è una triptammina psichedelica presente in alcuni funghi psichedelici del genere Psilocybe e Stropharia.

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Giorno 9 — 4-HO-MIPT

La triptammina (o, meno correttamente, triptamina) è un alcaloide presente in alcune piante, funghi ed animali. Si basa sull’indolo a struttura ad anello, ed è chimicamente legata all’amminoacido triptofano, da cui deriva il suo nome. La triptammina si trova in alcune aree del cervello dei mammiferi e svolge ruolo di neuromodulatore e neurotrasmettitore.È la spina dorsale di un gruppo di composti noti collettivamente come triptammine. Questo gruppo comprende composti molto attivi biologicamente, tra cui neurotrasmettitori e sostanze psichedeliche.

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Giorno 10 — Poppers

I poppers, anche noti come pop, sono una serie di sostanze stupefacenti, con proprietà tossiche, assumibili per inalazione, appartenenti alla classe dei nitriti alchilici.

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Giorno 11 — DMT

La N,N-dimetiltriptammina (N,N-DMT o DMT) è una triptammina psichedelica endogena, presente in molte piante e nel fluido cerebrospinale degli esseri umani, sintetizzata per la prima volta nel 1931 dal chimico Richard Manske.

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Giorno 12 — Ether

L’etere dietilico, altrimenti noto come etere etilico, dietiletere o etossietano è un composto chimico (formula CH3-CH2-O-CH2-CH3) che a temperatura ambiente si presenta come un liquido incolore dall’odore caratteristico. È un composto estremamente infiammabile, con un basso punto di ebollizione. Viene comunemente utilizzato come solvente, e in passato è stato sfruttato per le sue capacità anestetiche ed allucinatorie.

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Giorno 13 — 25I

25i-nbome (2C-I-NBOME, Cimbi-5) è una droga psichedelica derivato dalla phenethylamina 2C-I. E ‘un composto scoperto nel 2003 dal chimico Ralf Heim presso la Libera Università di Berlino, che ha pubblicato i suoi risultati nella sua tesi di doctoral.1 Il composto è stato successivamente studiato da un team della Purdue University guidati da David Nichols

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Giorno 14 — MXE

La Metossietamina o Metoxetamina (MXE) o 3-MeO-2-Oxo-PCE è una sostanza chimica della classe delle arilcicloexilamine che viene venduta per uso ricreazionale ed appartiene alle cosiddette “designer drugs” (ovvero a quelle sostanze analoghe o derivate da altre sostanze già note, che vengono prodotte e vendute illecitamente, di volta in volta, per evitare le sanzioni conseguenti alla produzione, detenzione o vendita di principi attivi che rientrano nelle Tabelle delle Sostanze Controllate). È un derivato della ketamina  ma presenta anche caratteristiche strutturali simili alla eticiclidina. La Metossietamina ha dimostrato un’azione antagonista sul recettore postsinaptico dell’acido glutammico (recettore NMDA) ed è inoltre un inibitore della ricaptazione della serotonina. Metossietamina si differenzia da molti altri anestetici dissociativi appartenenti alla classe delle arilcicloexilamine in quanto è stata progettata per essere distribuita illecitamente sul mercato nero.La conferma dell’appartenenza di metossietamina alle designer drugs è data dalla presenza nella sua molecola del gruppo N-etile, scelta razionale e deliberata per aumentare la potenza.

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Giorno 15 — MDMA

La 3,4-metilenediossimetanfetamina, più comunemente nota come Ecstasy o MDMA (talvolta chiamata anche MD, XTC, E, Adam, Mandy o Molly) è una feniletilamina, e più specificamente una metamfetamina dagli spiccati effetti eccitanti ed entactogeni, anche se non propriamente psichedelici. Si tratta di un composto semisintetico ottenuto dal safrolo, uno degli olii essenziali presenti nel sassofrasso, nella noce moscata, nella vaniglia, nella radice di acoro, e in diverse altre spezie vegetali.

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Giorno 16 — Amphetamine

L’amfetamina (alfa-metilfeniletilammina) è un farmaco con proprietà anoressizzanti, eccitanti e psicostimolanti.

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Giorno 17 — Mescaline

La mescalina è un alcaloide psichedelico contenuto principalmente nel peyote (Lophophora williamsii), pianta succulenta appartenente alla famiglia delle cactacee, originaria del deserto del Messico; usata nei riti sciamanici dai nativi americani, ha conosciuto una certa diffusione negli anni ’60, ma è stata poi soppiantata dall’LSD, più reperibile e dagli effetti simili.

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Giorno 18 — Ketamine

La ketamina è un farmaco principalmente utilizzato come anestetico dissociativo (per uso sia umano che veterinario) e più recentemente a livello sperimentale contro il disturbo bipolare e l’alcolismo. La ketammina è una “core medicine” segnalata dalla World Health Organization’s nella “Essential Drugs List”, una lista che elenca i farmaci indispensabili per un ospedale. La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ne ha autorizzato l’uso negli USA come anestetico dissociativo generale a partire dagli anni 70. In Italia è commercializzata dalla società farmaceutica Parke-Davis con il nome di Ketalar, e da altre società con i nomi di Ketanest e Ketaset. A dosi sub-anestetiche la molecola causa forti dissociazioni psichiche (nonché una lieve analgesia) e ha trovato perciò largo uso come sostanza stupefacente.

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Giorno 19 — LSD

L’LSD  è una fra le più potenti sostanze psichedeliche conosciute. La sigla è un’abbreviazione nel nome in tedesco del composto, Lysergsäurediethylamid. Una dose di appena 25 μg può causare minime alterazioni della percezione e dell’umore per più di 10 ore. Tipicamente non causa “allucinazioni” in senso proprio, ma amplificazioni dei sensi e distorsioni della percezione della realtà.

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Giorno 20 — Love

L’ultimo giorno della sua esperienza, Pollet ha scelto di cambiare rotta. Ma solo apparentemente. Invece di assumere una nuova sostanza psichedelica, ha scelto il più forte dei farmaci che tutti conosciamo – l’amore.

“Per me, l’amore è in grado di elevarti fino a permetterti di raggiungere il tuo massimo potenziale.Ho ritenuto doveroso concludere questo mio progetto con l’amore. L’amore per la mia famiglia , per gli amici, per tutti coloro che mi hanno sostenuto ed aiutato a raggiungere questo risultato.”

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L’amore…A parte la poesia che inevitabilmente si porta dietro, si tratta di una droga a tutti gli effetti. Stimola la produzione di ormoni, estrogeni e testosterone, della vasopressina e dell’ossitocina, principale responsabile dell’istinto materno, della fedeltà al partner e dell’aggressività volta alla protezione della compagna o della prole. induce un maggior rilascio di dopamina e serotonina ( il noto neurotrasmettitore della ‘felicità’).

Sembrerà scontato dirlo: provoca dipendenza. O meglio, crea una necessità.

Come diceva Chuck Palahniuk nel libro”Voglio Crescere”:“Io ho bisogno che qualcuno abbia bisogno di me, ecco cosa. Ho bisogno di qualcuno per cui essere indispensabile. Di una persona che si divori tutto il mio tempo libero, il mio ego, la mia attenzione. Qualcuno che dipenda da me. Una dipendenza reciproca. Come una medicina, che può farti bene e male al tempo stesso. Una dipendenza.Voglio essere drogato.”

 

I fear appeals funzionano?

Da martedì 2 febbraio 2016, sono entrate in vigore le nuove norme previste dal decreto legislativo tabacchi che recepiscono la direttiva 2014/40/UE del Parlamento europeo e sono state quindi introdotte le immagini shock sui pacchetti di sigarette. Funzioneranno?

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Un grande filosofo spagnolo, Miguel de Unamuno, era solito ripetere nei suoi scritti che la paura vince su ogni cosa. “Accade invariabilmente” diceva “che il punto di partenza della saggezza umana sia la paura”. La paura. Emozione primaria, dominata dall’istinto. Forza modellatrice, seconda forse solo alla natura stessa. La paura è una difesa che ci permette di avere coscienza di un pericolo e quindi di mettere in atto risposte per evitarne le conseguenze. Per sopravvivere.

Esattamente lo stesso obiettivo che si prefiggono le pubblicità persuasorie volte a farci smettere di fumare: vogliono farci sopravvivere. Vogliono evitare di vedere i nostri polmoni riempirsi di catrame, di benzene, ammoniaca e monossido di carbonio. Sviluppare il cancro. Morire.

Ogni paura infatti è fondamentalmente orientata verso la morte. Qualunque sia la sua forma, la sua modalità, qualunque sia il suo aspetto, il suo nome, ogni paura è sotto sotto ‘paura della morte’.

E “Il fumo uccide”. Sta scritto su quasi tutti i pacchetto di sigarette. Appare chiaro come il messaggio sia elaborato con la precisa intenzione, da parte dell’emittente, di far leva proprio su quella paura. Il terrore di morire.

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Sono i ‘fear appeals’ (letteralmente, appunto, “appelli alla paura”). Sono quei messaggi che mostrano, in maniera più o meno realistica, le conseguenze negative dell’aver seguito deliberatamente i comportamenti a rischio. Possono contenere rappresentazioni visive o verbali, possono essere scritti sotto forma di minaccia o di fredda informazione. In ogni caso, lo scopo ultimo è quello di far percepire al soggetto un senso di vulnerabilità, di fragilità, per indurlo a modificare quei comportamenti considerati a rischio.

Questo espediente comunicativo persuasivo è utilizzato nel campo dell’Health Advertising da ormai quasi un secolo. Si tratta di una strategia psico-attiva, fondata sulla convinzione che una emozione forte e primaria, quale la paura, sia necessaria per influenzare e modificare i comportamenti del fruitore. L’idea che sta alla base di questo assunto rimanda al fatto che solo attraverso un impatto forte, addirittura traumatico, si possano risvegliare le coscienze e farle “arrivare alla saggezza”, come direbbe Unamuno.

Gli appelli alla paura si inseriscono all’interno di una più ampia classe di stile comunicativo, che è quello dello “Shock advertising”, forma di prevenzione primaria volta a giocare con l’emotività degli individui.

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E proprio questa emotività, all’interno di uno stesso messaggio shock, si può spesso ritrovare divisa in fasi diverse:

-la creazione di una situazione minacciosa, atta a stimolare sensazioni di rischio e di vulnerabilità

-la descrizione della situazione in modo da suscitare l’attenzione e la tensione del destinatario

-la soluzione fornita come mezzo indispensabile per la riduzione della paura. Tale soluzione spesso viene accompagnata da rassicurazioni tese a sottolineare che, seguendo le raccomandazioni fornite dal messaggio, non si corre alcun rischio.

I fear appeals puntano quindi ad attivare la concentrazione dell’individuo. Per fare ciò vengono elaborati con l’intenzione di suscitare in lui emozioni negative quali paura, apprensione, timore, imbarazzo; con particolare enfasi sul fatto che tali conseguenze dolorose siano evitabili.

MA I FEAR APPEALS FUNZIONANO?

Il primo risultato che si evidenzia è che il messaggio intimidatorio delle pubblicità shock effettivamente provoca una reazione emotiva forte, se confrontato con messaggi scarsamente o per nulla intimidatori. Va però specificato che gli stati d’animo suscitati da tali tipi di messaggio spesso non sono solo quelli previsti e relativi alla paura. Si inseriscono anche altre sensazioni, come ansia, depressione e senso di colpa che, per loro natura, sono scarsamente controllabili e che quindi possono portare ad effetti indesiderati.

La ricerca condotta in merito non ha ancora portato a risultati concordanti e definitivi sull’effettiva efficacia dei fear appeals. I principali risultati derivano dagli studi sperimentali di laboratorio e dall’elaborazione di teorie cognitive nell’ambito della psicologia sociale.

MATERIALI, METODI DI RICERCA, STUDI e RISPETTIVI RISULTATI:

images (1).jpgGli studi sperimentali si possono dividere in due grandi macro-categorie a seconda dei risultati a cui pervengono: ci sono quegli studi che sostengono l’efficacia dei fear appeals e quelli che invece si limitano a sottolinearne le criticità.

Per quanto riguarda il primo gruppo si ricorda il primo studio di Janish e Fehbach del 1953, che dimostrava una correlazione positiva tra paura suscitata ed efficacia persuasiva del messaggio. Secondo questa concezione, maggiore è il livello di intimidazione, maggiore sarebbe il cambiamento comportamentale e di atteggiamenti provocato nei soggetti destinatari.

A supporto di questa ipotesi anche la recente ricerca di Darren Dahl, docente della University of British Columbia. Secondo Dahl, se i messaggi sono scarsamente intimidatori risultano essere poco persuasivi, in quanto le conseguenze e gli scenari raffigurati verrebbero percepiti come poco convincenti. Al contrario, un messaggio capace di suscitare forti reazioni emotive sarebbe in grado di aumentare l’attenzione e la memoria e influenzare positivamente il comportamento (nel primo periodo successivo). Tuttavia la sua ricerca inizia a sollevare alcune perplessità: le prove sperimentali dimostrano una stratta correlazione tra paura suscitata e atteggiamento prodotto, non sono però in grado di dimostrare una altrettanto valida correlazione con i comportamenti, soprattutto sul lungo periodo. Esiste infatti una differenza sostanziale tra comportamento ed atteggiamento. Quest’ultimo può essere definito come una reazione spontanea, positiva o negativa, verso una persona, un oggetto o un’idea. Comprende due dimensioni: una emotiva, legata ai sentimenti, ed una cognitiva, legata alle informazioni, in correlazione tra loro. Questa duplice natura dell’atteggiamento rende difficile stabilire se l’intenzione che deriva da esso sia o no predittiva del successivo comportamento.

Il passaggio da atteggiamento a comportamento, dunque, non è immediato, e costituisce una delle problematiche sollevate dagli oppositori della pubblicità shock.

images (3)Dall’altra parte della trincea, infatti, studi sperimentali mirano ad evidenziare limiti e criticità di una strategia basata sul fear appeal. Tra questi ricordiamo tutti gli studi di Bennet, e lo studio di Kohn sull’inefficacia dei messaggi minatori. Queste ricerche dimostrano che messaggi eccessivamente intimidatori, paradossalmente, potrebbero portare al cosiddetto ‘effetto boomerang’, provocando nei destinatari una reazione di “rimozione a scopo difensivo”. Infatti, come già detto precedentemente, il fear appeal può suscitare non solo la paura prevista, ma anche altre sensazioni di tensione, depressione, senso di impotenza e senso di colpa. E sarebbero proprio queste emozioni ‘impreviste’ a provocare l’effetto boomerang (con conseguenti atteggiamenti e comportamenti indesiderati e diametralmente opposti a quelli attesi). Posti di fronte ad un messaggio che soggettivamente percepiamo come eccessivo, saremmo quindi talmente sconvolti e disgustati, da perdere completamente la concentrazione sul reale contenuto del messaggio. Soprattutto nello studio di Kohn, si evidenzia come, ad esempio, l’esposizione a scene di sangue faccia diminuire la concentrazione ed aumentare il senso di impotenza. Non solo: un livello troppo elevato di intimidazione, con scene capaci di sviluppare terrore e disgusto nei destinatari, potrebbe portare gli stessi soggetti a non credere che una simile conseguenza catastrofica possa accadere proprio a loro.

Un’altra criticità all’efficacia dei fear appeals proviene dalla teoria della Dissonanza Cognitiva, concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957 in psicologia sociale, e ripreso successivamente in ambito clinico da Milton Erickson. La dissonanza cognitiva è usata per descrivere la situazione di complessa elaborazione cognitiva in cui credenze, nozioni, opinioni in relazione ad tema vengono esplicitate contemporaneamente e si trovano a contrastare funzionalmente tra loro. Ne è un esempio il fumatore che si trova a dover fare i conti con tre affermazioni, tutte vere ed in contraddizione tra di loro: “il fumo provoca il cancro e uccide”, “io fumo”, “io voglio vivere, e senza il cancro”.

Per risolvere questa condizione di incongruità psicologica, secondo Festinger, il soggetto può prendere in considerazione di modificare:

-il proprio comportamento (e quindi smettere di fumare)

-l’ambiente circostante (ci sarà dunque una focalizzazione solo su alcuni aspetti della realtà a discapito di altri: l’interessato, ad esempio, potrebbe sottolineare che molti che sono inclini a tali abitudini non solo non vanno incontro a disagi fisici, ma hanno anche un vita longeva)

-le proprie credenze ed opinioni a riguardo (potrebbe continuare a fumare pensando a quanto sarebbe insopportabile la sua vita se dovesse rinunciare a questo piacere: “meglio una vita breve e piacevole che una vita lunga piena di rinunce”).

Questo porterebbe quindi, salvo che nel primo caso, a perseverare nel comportamento rischioso.

images (4)Al medesimo risultato si potrebbe arrivare anche a causa della reattanza.

La reattanza psicologica è un’attivazione motivazionale che insorge quando un individuo percepisce che la sua libertà di comportamento viene ridotta o minacciata. Messaggi eccessivamente intimidatori potrebbero portare alla percezione di una ridotta libertà di azione. Il soggetto in questa condizione sente di dover ristabilire l’equilibrio perduto e di dover riaffermare il proprio libero arbitrio: per farlo adotterà comportamenti strettamente opposti alla norma coercitiva (quindi ad esempio se il messaggio era un invito-intimidatorio a smettere di fumare, il soggetto potrebbe trovare come unica soluzione quella di continuare a farlo, anche contro il suo interesse).

Ma tutti reagirebbero così?

Le nuove frontiere della ricerca nel campo delle strategie di comunicazione, suggeriscono che, piuttosto che un unico effetto atteso per i fear appeals, esistono diverse situazioni in cui questi messaggi possono funzionare o meno, e ciò è dovuto alle numerose variabili intervenienti, relative oltre che all’argomento, anche al destinatario del messaggio. Quindi sembra plausibile ipotizzare che soggetti con caratteristiche diverse possano reagire in maniera differente, ad esempio in base alla loro già precedente assuefazione a scene emotivamente forti o alla loro autostima

Da quando hanno iniziato ad apparire, i fear appeals, infatti, hanno mostrato di avere un limite sostanziale: l’emittente del messaggio non sembra voler instaurare un dialogo con i destinatari, spiegare, rispondere a dubbi o quesiti. Lui è l’esperto. Gli altri sono una massa indistinta, ignorante, che si ipotizza reagisca in maniera omogenea.

Il fear appeal non valorizza l’intelligenza, la partecipazione e la comprensione degli interlocutori, li inibisce e li sconvolge. Li terrorizza e li zittisce. “La paura che uccide la mente”, come diceva Herbert.

E loro continuano fumare. Tanto morirebbero comunque. Di paura.

Siamo tutti drogati. Ma nessuno lo sa.

È una storia complessa, che quasi nessuno racconta: il nostro cervello è in grado di produrre droga in modo completamente autonomo.

La scoperta risale agli anni ’70. Alcuni ricercatori statunitensi stavano studiando come il cervello fosse influenzato da oppiacei, come eroina e morfina, quando emerse un fatto interessante: gli oppiacei erano in grado di interagire in maniera pressoché perfetta con alcuni recettori specializzati, localizzati nel cervello e nel midollo spinale.  La domanda sorse immediata: come mai il nostro corpo ha già al suo interno i recettori complementari proprio per le droghe? La risposta più plausibile fu che la loro esistenza fosse dovuta alla presenza di sostanze pseudo-stupefacenti, prodotte naturalmente dal cervello.

Eccitanti, stimolanti, psichedelici e sedativi: non ci facciamo mancare assolutamente nulla!ricaricare-una-mente-stanca

Per quanto riguarda le sostanze eccitanti, disponiamo di adrenalina e noradrenalina. Per quelle psichedeliche produciamo D.M.T. (dimetiltriptamina), grazie alla ghiandola pineale che secerne ormoni con una struttura molecolare molto simile.

E per i sedativi? Oltre alla serotonina, siamo in grado di produrre le endorfine, sostanze in tutto e per tutto simili all’eroina e alla morfina. La dipendenza da queste droghe, infatti, si spiega proprio nell’inibizione della produzione endogena di endorfine. All’interno del nostro organismo l’eroina si sostituisce al ruolo naturale di queste sostanze inibendone la produzione. Quando si sospende l’assunzione di questa micidiale droga, i livelli plasmatici di endorfine sono estremamente bassi e ciò si correla al senso di stanchezza, insoddisfazione e malessere generale che porta il drogato a ricercare una nuova dose.

Ma perché andare a procurarsi l’eroina, quando ci sono metodi infallibili per stimolare la produzione di endorfina?

Gli effetti sono in tutto e per tutto simili: le endorfine hanno la capacità di regalarci piacere, gratificazione e senso di benessere, aiutandoci a sopportare meglio lo stress e il dolore. Lo stesso termine ‘endorfina’ ci ricorda che si tratta di una morfina che viene da dentro (endo).

Come fare quindi?

  1. Mangiare peperoncino o cioccolato
  2. Fare sport pesanti
  3. Avere un orgasmo
  4. Fare una seduta di agopuntura (provate a schiacciarvi con forza la pelle tra indice e pollice)
  5. Fare qualcosa di “estremo”: Bungee jumping, un giro sulle montagne russe, un lancio con il paracadute…etc… Questo, tra l’altro, ha il pregio di rilasciare, durante l’atto, adrenalina con un effetto stimolante.
  6. Ridere: più è lunga la risata, meglio è.
  7. Provare dolore
  8. Prendere il sole.
  9. Ascoltare musica a volume elevato.
  10. Pensare positivamente (cosa notoriamente facilissima). Ciò invocherà “l’effetto placebo”
  11. Fare alcuni respiri profondi.
  12. Aumentare il contatto fisico. Secondo un recente studio del dr. Carter, pare che il numero perfetto di abbracci al giorno per rilasciare la giusta quantità di endorfina sia otto.

Ovviamente, come ogni droga che si rispetti, produce dipendenza. E forse non è un particolare così trascurabile.

 

 

 

 

Hai mai pensato di poter assumere droga dalle orecchie?

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Esistono particolari onde tra i 3 e i 30 Hertz di frequenza che agiscono sul cervello umano. Possono innescare diverse reazioni e sollecitare l’attività cerebrale in modo simile alle droghe tradizionali. Basta collegarsi al sito giusto e scaricare speciali file per ottenere sequenze sonore dai nomi che sono tutto un programma: “marijuana”, “cocaina”, “alcol”, “ecstasy”.

L’allarme sulle ‘cyber-droghe’, note in rete con il nome di iDoser, arriva addirittura dal Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza, i cui 007 informatici stanno da tempo monitorando un fenomeno che potrebbe rapidamente dilagare – come già avvenuto in Spagna – e che già vanta migliaia di appassionati che discutono attraverso la rete, si scambiano impressioni e si consigliano modalità e tecniche di somministrazione.

 

COME E DOVE – Le dinamiche commerciali che stanno dietro al fenomeno ricalcano quelle del mercato tradizionale degli stupefacenti: la partenza è con file offerti gratuitamente, poi si passa alla sommistrazione a pagamento. Esiste una società che offre online, sul proprio sito, un vero e proprio lettore audio (tipo il popolare WinAmp dei file mp3) per “dosi sonore”. Dosi che, per altro, oltre a essere acquistate, possono anche essere reperite gratuitamente in maniera piuttosto semplice. Si arriva su siti che ospitano link ad archivi di file quali Rapidshare o simili: pochi clic per avere sul computer un file “zippato” che, una volta decompresso, svela centinaia di “dosi”, accuratamente catalogate con i nomi delle sostanze di cui dovrebbero riprodurre l’effetto: assenzio, ecstasy, cocaina, morfina, tranquillanti, eroina, peyote e così via. Su Internet si trovano anche pratiche guide all’uso: “Come far funzionare una dose al 100%”. Mentre YouTube è pieno di video che illustrano i presunti effetti…

IL PRINCIPIO: GLI INFRASUONI

Le onde comprese tra 3 e 30 hertz, gli infrasuoni, sono frequenze su cui lavora il cervello umano e sono in grado di sollecitare in maniera intensa l’attività cerebrale. Le onde alfa, ad esempio, che vanno da 7 a 13 hertz, hanno un potenziale effetto rilassante, ma ce ne sono altre che ottengono l’effetto opposto, cioè euforizzante o eccitante. Basta inserire questi infrasuoni – che l’orecchio umano non percepisce – dentro un brano musicale, e il gioco è fatto. L’uso di queste frequenze non è sconosciuto alle forze di polizia, e all’estero vengono già usate come deterrenti (ad esempio nelle discoteche per sedare gli animi).

 

RISCHI ed ESPERIMENTI

Sui rischi per la salute derivanti dall’uso di queste cyber-droghe non ci sono evidenze. «Il fatto che una stimolazione sonora ad hoc possa avere particolari conseguenze sul cervello non è una sorpresa» commenta Michelangelo Iannone, ricercatore dell’Istituto di Scienze Neurologiche del Cnr. «Abbiamo infatti osservato e misurato di recente l’effetto “sommatorio” del suono e dell’ecstasy sul cervello di animali da esperimento». «In particolare» chiarisce lo specialista, «abbiamo somministrato ad alcuni topolini una dose minima di ecstasy, incapace di produrre alcun effetto neurologico e abbiamo poi ‘somministrato’ agli stessi anche una ‘dose’ di suono a 95 decibel, cioè il massimo consentito, teoricamente, nelle discoteche, riscontrando un potenziamento degli effetti dell’ecstasy. Non solo, aumentando la dose iniziale abbiamo ottenuto col suono un potenziamento dell’effetto che è durato cinque giorni». «Questo spiega anche perché alcuni tipi di stupefacenti siano consumati in particolari occasioni come i rave-party dove, evidentemente, la musica produce un’amplificazione degli effetti».

 

Ma ha senso parlare di dipendenza dalle droghe sonore?

Se una stimolazione nervosa esiste è verosimile che avvenga attraverso l’azione di determinati neurotrasmettitori (come del resto succede per le altre droghe) quindi è sicuramente possibile ipotizzare meccanismi e conseguenze non dissimili dalle sostanze stupefacenti tradizionali.

Senza studi in merito però non si può dire di più e si possono solo fare ipotesi.

Una cosa però è certa: il potenziale di diffusione di ‘iDoser’ è enorme: si tratta di somministrazioni non invasive, pratiche da utilizzare, meno costose e, soprattutto, riutilizzabili.

Quindi, se fossero veramente così efficaci, pensate che ora rientrerebbero ancora nella categoria delle ‘droghe sconosciute’?

(Parola di San Tommaso, che non ci crede se non ci sbatte il naso.)

Dove, quando, come e perché la droga?

DOVE. Nel luogo del desiderio, dove si fanno visibili i bisogni della società, le sue debolezze e le sue ansie: il corpo.

L’attenzione alla dimensione sensoriale e sensibile delle cose è l’estetismo degli ultimi anni, è un nuovo sentimento del corpo che lo rende protagonista dell’attuale scenario in cui si privilegiano illusioni e sogni. Per uccidere il reale.

Per questo si è parlato di società somatofila, che ama il corpo, lo esalta, lo valorizza, ma solo nella sua dimensione carnale. Ci troviamo così ad affrontare i termini del paradosso della simultanea scomparsa e sovraesposizione del corpo, cioè della sua eccessiva esibizione, ma anche della perdita di sostanzialità. È un corpo immagine che perde completamente la sua dimensione di entità ambigua, insieme soggetto e oggetto, intimo ed estraneo, naturale e sociale, ma soprattutto FUNZIONALE.

Questa dimensione di “utilizzo” viene riacquistata solo quando, da semplice ‘corpo’, diventa ‘corpo sovversivo’: che non esprime solo appartenenza, ma anche disagio, alienazione, rabbia, perdita di senso. La droga stessa diventa allora una forma di prassi corporea, non semplice somatizzazione, ma espressione di una propria saggezza e intenzionalità nel produrre sintomi ribelli e ‘caotici’ che «aprono continue brecce nei conflitti tra mente e corpo, natura e cultura, corpo individuale e sociale» (N. Scheper-Hughes, Il pensiero incorporato).

 

QUANDO. Non è certo da oggi che quest’uomo ‘incorporato’ reagisce creativamente ribellandosi alle condizioni di disagio, che si tratti di comunità rurali o di lavoro industriale o postindustriale. Nelle società laiche la droga prende il posto della stregoneria e della trance e permette, altrettanto bene, di somatizzare il disagio.

Il mutamento della sensorialità dovuto agli effetti ‘stupefacenti’, infatti, non permette solo di vedere il mondo in un altro modo, ma di pensarlo diversamente e di pensare sé diversamente. È una risposta alla domanda di ridefinizione dell’autopercezione dell’uomo e del suo rapporto con l’esterno. L’uomo, si dice, non è più confinato nella sua pelle, ma si espande fino allo sguardo planetario del suo satellite.

 

COME. Da soli, ma più spesso in compagnia. Quasi nell’ottica di un annientamento collettivo, della serie “prendetene e mangiatene tutti”. Un nuovo sentimento di ‘com-unione’, un neo-comunitarismo -in realtà un vero e proprio tribalismo- che fa riferimento a una cultura di gruppo, fondata sul piacere e sul desiderio di stare insieme senza scopo né obiettivo se non il gusto per la ‘prossemia’.  Parola d’ordine: VICINANZA, ma meglio se amplificata, perché da sola non sarebbe così “stupefacente”.

 

 

PERCHE’. Per noia, divertimento, evasione, solitudine, dolore. Per uccidere la solitudine del cittadino globale (Zygmunt Bauman), che vive nella sua ‘sicurezza insicura’, nella ‘certezza incerta’, nell’‘incolumità a rischio’. Sottili sfumature che ben individuano la specificità dei sentimenti che accompagnano la precarietà del lavoro e della condizione sociale di ciascuno di noi, oltre all’eccitazione di una ‘società progettante’ che ci chiede di saperci continuamente rimettere in gioco. La solitudine in cui tutto ciò è vissuto e la credenza quasi taumaturgica nel valore della flessibilità non prospettano alternative: la perdita di certezza apre alla disperazione e al dubbio esistenziale. Questo è il paradosso: globalizzazione significa anche frammentazione e il riaffiorare di differenze etniche, razziali ma anche sessuate, a micro-livelli, non solo tra i grandi blocchi geo-politici, ma soprattutto all’interno di essi. È un’epoca di micro-belligeranza diffusa: centinaia di ‘piccole’ guerre – locali, però mondiali. Dopo il post-moderno viene un mondo in cui periferia e centro, cultura occidentale e cultura islamica, medesimo e altro si contrappongono in maniera così complessa da sfidare modi di pensiero dualistici od oppositivi, richiedendo un’articolazione più sottile e dinamica. Che a volte non è possibile fare da ‘sobri’.

 

E quindi? Fin dove si può arrivare? Di cosa siamo capaci? Fin dove reggeranno i nostri corpi? Dove sono i nostri limiti? Ecco la dimensione etica che fa capolino al di là dei frammenti di realtà scomposti dalla droga.  Quali norme e valori possiamo applicare alla ricerca di un nuovo senso della misura, cioè di nuovi limiti con cui ridimensionarci? Limiti che non siano né quelli della morale dominante, né quelli dell’anarchia rivoluzionaria? Come pensare ai limiti non come frontiere, ma come soglie che si aprono verso orizzonti da scoprire?

Servono soglie viventi, umane, e non mura fisse.

Perché la droga fa male. È vero. Ma a volte la realtà fa peggio.