Funghi allucinogeni: basta una volta per cambiare la personalità?

Basta una dose di psilocibina per modificare a lungo
il comportamento, fino a un anno dopo l’esperienza

Chissà se all’università Johns Hopkins di Baltimora avranno avuto difficoltà a trovare volontari per il loro insolito esperimento con i “funghi allucinogeni”, e chissà qual è stato il metodo di reclutamento.  Cinquantuno persone però si sono presentate per prendere una dose di psilocibina, l’ingrediente principale dei cosiddetti “funghetti magici”, e si sono poi fatte seguire e valutare nel loro comportamento durante tutto l’anno successivo. Consentendo così ai ricercatori di scoprire che basta prendere un allucinogeno una sola volta per veder cambiare la propria personalità, a lungo o forse addirittura per sempre.

STUDIO – I dati, pubblicati sul Journal of Psychopharmacology, dimostrano infatti che il 60 per cento dei partecipanti allo studio ha manifestato cambiamenti di personalità a livello delle caratteristiche di apertura mentale, immaginazione e capacità di astrazione. Per la ricerca, che per quanto possa sembrare “rischiosa” (l’uso di allucinogeni è illegale) ha ricevuto il benestare del comitato etico dell’università statunitense, i 51 partecipanti sono stati sottoposti a due-cinque “sessioni di droga” della durata di otto ore, come le hanno chiamate i ricercatori; durante una sola di queste sessioni è stata data loro, anziché un placebo, una dose media o elevata di psilocibina, un allucinogeno contenuto in alcune specie di funghi. I partecipanti facevano il loro “viaggio” sdraiati su un divano, con una maschera sugli occhi per evitare distrazioni visive esterne e cuffiette da cui ascoltare musica; ognuno doveva concentrarsi sulle proprie esperienze interiori, proprio come fa chi assume gli allucinogeni. Poi, la personalità di ciascuno è stata valutata uno-due mesi dopo ogni “sessione di droga” (quindi sia quando il volontario era al “naturale”, sia dopo aver assunto effettivamente l’allucinogeno) e dopo circa 14 mesi dall’ultima volta.Chissà se all’università Johns Hopkins di Baltimora avranno avuto difficoltà a trovare volontari per il loro insolito esperimento con i “funghi allucinogeni”, e chissà qual è stato il metodo di reclutamento.  Cinquantuno persone però si sono presentate per prendere una dose di psilocibina, l’ingrediente principale dei cosiddetti “funghetti magici”, e si sono poi fatte seguire e valutare nel loro comportamento durante tutto l’anno successivo. Consentendo così ai ricercatori di scoprire che basta prendere un allucinogeno una sola volta per veder cambiare la propria personalità, a lungo o forse addirittura per sempre.

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PERSONALITA’ – Sei persone su dieci si sono ritrovate più “aperte” mentalmente, stando ai dati raccolti da Roland Griffiths, lo psichiatra che ha condotto la ricerca: «Questi cambiamenti sono risultati maggiori rispetto a quelli che è lecito attendersi in persone adulte: dopo i 30 anni la personalità non cambia più in maniera significativa – dice Griffiths –. Inoltre, il grado di apertura mentale in genere diminuisce con l’età, a confermare che queste modifiche sono state indotte dagli allucinogeni. Ed è probabile che si tratti di modifiche permanenti, visto che le abbiamo trovate anche dopo più di un anno dall’esperimento». I volontari non erano molti, perciò lo psichiatra mette le mani avanti dicendo che non per forza questi dati possono valere per la popolazione generale.

«I cambiamenti sono avvenuti soprattutto in chi ha avuto un’esperienza “mistica” dopo l’assunzione dell’allucinogeno, ovvero in chi si è sentito più “connesso” agli altri provando allo stesso tempo un senso di sacralità e reverenza nei confronti di tutto ciò», ha spiegato lo psichiatra.

Una connessione profonda con il mondo e con gli altri. Ma perché dovrebbe succedere questo?

Si tratta di uno stato di coscienza diverso, quasi superiore. In realtà non è ancora chiaro come nasca l’esperienza soggettiva che chiamiamo coscienza. È opinione comune tra i neuroscienziati che non emerga comunque da una singola regione del cervello, quanto piuttosto dal complesso network di connessioni che si stabiliscono tra le diverse aree del nostro sistema nervoso.

Per questo, un team di ricercatori italiani e inglesi ha deciso di sviluppare un nuovo approccio matematico, in grado di caratterizzare non solo il funzionamento dei network, ma anche i “network di network”, o “meta-network”, ovvero le connessioni che si stabiliscono tra aree del cervello in relazione tra loro e altri network funzionali del nostro cervello.

I risultati del loro studio, pubblicati sulla rivista Proceedings of the Royal Society Interface, non sono forse sufficienti per svelare definitivamente l’origine della coscienza e del sentimento di connessione con il mondo intero,  ma ci offrono comunque un’informazione interessante: un grafico, visibile qui sotto illustra le differenze tra un cervello normale e uno sotto l’effetto della psilocibina (il principio attivo dei funghi allucinogeni)1414755749_psilocybin_networks_660-600x335

La psilocibina è stata somministrata a 15 volontari, che sono stati poi sottoposti a risonanza magnetica funzionale per fotografare il funzionamento del loro cervello. Le immagini così ottenute sono quindi state messe a confronto con quelle altri volontari che non avevano ricevuto la sostanza, ma solamente un placebo, per verificare la presenza di differenze nel funzionamento del loro cervello.

Attraverso un’analisi statistica dei risultati, i ricercatori hanno quindi ottenuto i due grafici che avete visto più in alto. Il cerchio di sinistra rappresenta il cervello di una persona normale, mentre a destra è visibile quello di un soggetto sotto l’effetto dei funghi allucinogeni. I pallini colorati e le linee che li congiungono rappresentano invece rispettivamente i network particolarmente ricchi di connessioni (e non quindi singole aree del cervello), e le loro relazioni con gli altri network presenti nel cervello.

Come è facile notare dall’immagine, sotto effetto dei funghi si assiste ad un improvviso aumento di connessioni tra i network neurali. Una moltiplicazione delle comunicazioni tra le aree del nostro cervello, che non genera però una situazione caotica ma un nuovo ordine maggiormente interconnesso.

Possiamo solo speculare su quali siano gli effetti di una tale organizzazione”, scrivono infatti gli autori dello studio. “Uno dei possibili effetti collaterali dell’aumento di connessioni all’interno del cervello è ad esempio il fenomeno della sinestesia”, ovvero l’esperienza, comune sotto effetto di droghe psichedeliche, di sentire qualcosa con un altro senso: gustare un colore, vedere un odore, tastare un suono, e così via. Un’altra conseguenza si ritrova anche a mesi di distanza e riguarda, come accennato sopra, il sentirsi parte di un ordine olistico superiore.

Una frase, detta da uno dei partecipanti all’esperimento, riassume questo sentimento: “Non si può cogliere un fiore senza turbare le stelle”

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